4-4-2003

 

Umberto Saba

(1883 – 1957)

 

Biografia

Índice dos poemas:

 

Bocca

Notte d’estate

Da quando

Tre poesie alla mia balia

La  Capra

Ritratto della mia bambina
C'era

L’arboscello

Inverno

Favoletta

La Malinconia

La Greggia

A mia moglie 

Fruta erbaggi

Fanciulli allo stadio

Goal

Tre momenti

Squadra paesana

Tredicesima partita

A Boca

Noite de verão

Desde que

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Bocca

La bocca che prima mise alle mie labbra il rosa dell'aurora,

ancora in bei pensieri ne sconto il profumo.

O bocca fanciullesca, bocca cara, che dicevi parole ardite

ed eri cosi'dolce da baciare.

Ouça o poema, aqui

A boca

que primeiro levou

aos meus lábios a cor da aurora

ainda

em belos pensamentos desconto o aroma.

 

Ó pueril boca, amada boca,

que dizias o que ousavas e tão doce

eras a beijar.

 

Tradução de Eugénio de Andrade

 

 

 

Notte d’estate

Dalla stanza vicina ascolto care
voci nel letto dove il sonno accolgo.
Per l’aperta finestra un lume brilla,
lontano, in cima al colle, chi sa dove.

Qui ti stringo al mio cuore, amore mio,
morto a me da infiniti anni oramai.

 

 

Noite de verão

Do cômodo ao lado caras vozes
escuto na cama onde acolho o sono.
Pela janela aberta uma luz brilha,
longe, no alto do morro, nem sei onde.

Te aperto em meu coração, meu amor,
morto para mim há infinitos anos.

 

Tradução de Júlio Castañon Guimarães

Inimigo Rumor n.º 4 - Novembro de 2001

 

Da quando

Da quando la mia bocca è quasi muta
amo le vite che quasi non parlano.
Un albero; ed appena – sosta dove
io sosto, la mia via riprende lieto –
il docile animale che mi segue.

Al giogo che gli è imposto si rassegna.
Una supplice occhiata, al più, mi manda.
Eterne veritá, tacendo, insegna.


(da Ultime cose, 1944)

 

Desde que

Desde que tenho a boca quase muda
gosto das vidas que quase não falam.
Uma árvore; e apenas — pára onde
paro, meu caminho retoma alegre —
este dócil animal que me segue.

Resigna-se ao jugo que lhe é imposto.
Quando muito me lança um olhar súplice.
Calando, ensina verdades eternas.

Tradução de Júlio Castañon Guimarães

Inimigo Rumor n.º 4 -  Novembro de 2001

 

 

Tre poesie alla mia balia

 

1

 

Mia figlia

mi tiene il braccio intorno al collo, ignudo;

ed io alla sua carezza m' addormento.

 

Divento

legno in mare caduto che sull' onda

galleggia. E dove alla vicina sponda

anelo, il flutto mi porta lontano.

Oh, come sento che lottare è vano!

Oh, come in petto per dolcezza il cuore

vien meno!

 

Al seno

approdo di colei che Berto ancora

mi chiama, al primo, all' amoroso seno,

ai verdi paradisi dell' infanzia

 

2

 

Insonne

mi levo all' alba. Che farà la mia

vecchia nutrice? Posso forse ancora

là ritrovarla, nel suo negozietto?

Come vive, se vive? E a lei m'affretto,

pure una volta, con il cuore ansante.

 

Eccola : è viva; in piedi dopo tante

vicende e tante stagioni. Un sorriso

illumina, a vedermi, il volto ancora

bello per me, misterioso. E' l'ora

a lei d'aprire. Ad aiutarla accorso

scalzo fanciullo, del nativo colle tutto

improntato, la persona china

leggera, ed alza la saracinesca.

 

Nella rosata in cielo e in terra fresca

mattina io ben la ritrovavo. E sono

a lei d'allora. Quel fanciullo io sono

che a lei spontaneo soccorreva; immagine

di me, d' uno di me perduto...

 

3

 

...Un grido

s'alza il bimbo sulle scale. E piange

anche la donna che va via. Si frange

per sempre un cuore in quel momento.

Adesso

sono passati quarant'anni.

 

Il bimbo

è un uomo adesso, quasi un vecchio, esperto

di molti beni e molti mali. E' Umberto

Saba quel bimbo. E va, di pace in cerca,

a conversare colla sua nutrice;

che anch'ella fu di lasciarlo infelice,

non volontaria lo lasciava. Il mondo

fu a lui sospetto d' allora, fu sempre

(o tale almeno gli parve) nemico.

 

Appeso al muro è un orologio antico

così che manda un suono quasi morto.

Lo regolava nel tempo felice

il dolce balio; è un caro a lui conforto

regolarlo in suo luogo. Anche gli piace

a sera accendere il lume, restare

da lei gli piace, fin ch' ella gli dice:

"E' tardi. Torna da tua moglie, Berto".

 

da:  "Il Canzoniere"  (1948)       

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Um grito
de criança se ergue nas escadas. Chora
pela mulher que parte. Ali, nessa hora,
se quebra um coração pra sempre.

Após
quarenta anos passaram.
O menino
é um homem feito, quase um velho, e esperto
se fez por mal e bem. Chama-se Umberto
Saba o menino. E vai, buscando paz,
fazer visita à ama que o criou.

Que se ela de o deixar se amargurou,
não por gosto o deixara. Assim, o mundo
a ele ficou suspeito, lhe foi sempre
(ou lhe parece tal) um inimigo.

Suspenso da parede há um relógio antigo
que as horas dá num som de quase morto.
A ele o regulava noutro tempo
o balir doce; e caro lhe é conforto
agora o regulá-lo. Mais lhe apraz,
anoitecendo, acender o lume,
e ali ficar com ela até que diga:
- É tarde.
Volta prá tua mãe, Umberto.

                                 tradução de Jorge de Sena

 
 

 

La  Capra

(1911)

Ho parlato a una capra.
Era sola sul prato, era legata.
Sazia d'erba, bagnata
dalla pioggia, belava.

Quell'uguale belato era fraterno
al mio dolore. Ed io risposi, prima
per celia, poi perché il dolore è eterno,
ha una voce e non varia.
Questa voce sentiva
gemere in una capra solitaria.

In una capra dal viso semita
sentiva querelarsi ogni altro male,
ogni altra vita.

Da Il Canzoniere

 

 

 

 

Ritratto della mia bambina
da
Cose Leggere e vaganti

La mia bambina con la palla in mano,
con gli occhi grandi colore del cielo
e dell’estiva vesticciola: "Babbo
-mi disse – voglio uscire oggi con te"
Ed io pensavo : Di tante parvenze
che s’ammirano al mondo, io ben so a quali
posso la mia bambina assomigliare.
Certo alla schiuma, alla marina schiuma
che sull’onde biancheggia, a quella scia
ch’esce azzurra dai tetti e il vento sperde;
anche alle nubi, insensibili nubi
che si fanno e disfanno in chiaro cielo;
e ad altre cose leggere e vaganti.

Da Il Canzoniere

Analisi, aqui

 

C'era

C’era, un po’ in ombra, il focolaio; aveva
arnesi, intorno, di rame. Su quello
si chinava la madre col soffietto,
e uscivano faville.

C’era nel mezzo una tavola dove
versava antica donna le provviste.
Il mattarello vi allungava a tondo
la pasta molle.

C’era, dipinta in verde, una stia, e la gallina in libertà raspava.
Due mastelli, là sopra, riflettevano,
colmi, gli oggetti.

C’era, mal visto nel luogo, un fanciullo.
Le sue speranze assieme alle faville
del focolaio si alzavano. Alcuna
– guarda! – è rimasta.

Da Il Canzoniere

 Analisi, aqui 

 

 

 

L’arboscello

Oggi il tempo è di pioggia.

Sembra il giorno una sera,

sembra la primavera un autunno,

ed un gran vento devasta

l'arboscello che sta,

e non pare, saldo.

Tu lo guardi. Hai pietà

forse di tutti quei candidi fiori

che la bora gli toglie; e sono frutta,

sono dolci conserve

per l'inverno quei fiori che tra l'erbe

cadono. E se ne duole

la tua vasta maternità.

 

Da Il Canzoniere

 

Inverno

 

È notte, inverno rovinoso. Un poco

sollevi le tendine, e guardi. Vibrano

i tuoi capelli selvaggi, la gioia

ti dilata improvvisa l'occhio nero;

 

che quello che hai veduto - era un'immagine

della fine del mondo - ti conforta

l'intimo cuore, lo fa caldo e pago.

 

Un uomo si avventura per un lago

di ghiaccio, sotto una lampada storta.

 

Da Il Canzoniere

 

 

 

 

 

 FAVOLETTA

 

Tu sei la nuvoletta, io il vento;  
ti porto ove a me piace;  
qua e là ti porto per il firmamento  
e non ti do mai pace.

Vanno a sera a dormire dietro i monti  
Le nuvolette stanche.  
Tu nel tuo lettuccio i sonni hai pronti  
Sotto le coltri bianche.

 

Da Il canzoniere

 

La Malinconia

 

Malinconia

la vita mia

struggi terribilmente;

e non v'è al mondo, non c'è al mondo niente

che mi divaghi.

 

Niente, o una sola

casa. Figliola,

quella per me saresti.

S'apre una porta; in tue succinte vesti

entri, e mi smaghi.

 

Piccola tanto,

fugace incanto

di primavera. I biondi

riccioli molti nel berretto ascondi,

altri ne onesti.

 

Ma giovinezza,

torbida ebbrezza,

passa, passa l'amore.

Restan sì tristi nel dolente cuore,

presentimenti.

 

Malinconia,

la vita mia

amò lieta una cosa,

sempre: la Morte. Or quasi è dolorosa,

ch'altro non spero.

 

Quando non s'ama

più, non si chiama

lei la liberatrice;

e nel dolore non fa più felice

il suo pensiero.

 

Io non sapevo

questo; ora bevo

l'ultimo sorso amaro

dell'esperienza. Oh quanto è mai più caro

il pensier della morte,

 

al giovanetto,

che a un primo affetto

cangia colore e trema.

Non ama il vecchio la tomba: suprema

crudeltà della sorte.

 

 Da Il Canzoniere

 

 

 

 

La Greggia

 

Greggia, tu che il sobborgo impolverato

traversi a sera: ed un lezzo a me grato

 

dietro te lasci, e hai tanta via da fare,

tra la furia dei carri e lo squillare

 

dei tram; dove la vita ha maggior fretta

come lenta procedi, e in te ristretta!

 

Greggia che amai dall’infanzia sperduta,

per te la doglia si fa in cor più acuta;

 

e mi viene, non so, d’inginocchiarmi;

non so, nel tuo lanoso insieme parmi

 

scòrger io solo qualcosa di santo,

e d’antico, e di molto venerando.

 

Ti mena un vecchio, sui  piedi malcerto:

un Dio per te, popolo nel deserto.

 

Da Il Canzoniere

 

 

 

CINQUE POESIE PER IL GIOCO DEL CALCIO (1933-1934)

 

 

        Goal

 

 

Il portiere caduto alla difesa
ultima vana, contro terra cela
la faccia, a non veder l'amara luce.
Il compagno in ginocchio che l'induce,
con parole e con mano, a rilevarsi,
scopre pieni di lacrime i suoi occhi.

La folla - unita ebbrezza - par trabocchi
nel campo. Intorno al vincitore stanno,
al suo collo si gettano i fratelli.
Pochi momenti come questo belli,
a quanti l'odio consuma e l'amore,
è dato, sotto il cielo, di vedere.

Presso la rete inviolata il portiere
- l'altro - è rimasto. Ma non la sua anima,
con la persona vi è rimasto sola.
La sua gioia si fa una capriola,
si fa baci che manda di lontano.
Della festa - egli dice - anch'io son parte.

 

          Squadra paesana

 

 

Anch'io tra i molti vi saluto, rosso

alabardati,

sputati

dalla terra natia, da tutto un popolo

amati.

 

Trepido seguo il vostro gioco.

                                         Ignari

esprimete con quello antiche cose

meravigliose

sopra il verde tappeto, all'aria, ai chiari

soli d'inverno.

 

Le angosce

che imbiancano i capelli all'improvviso,

sono da voi così si lontane! La gloria

vi dà un sorriso

fugace: il meglio onde disponga. Abbracci

corrono tra di voi, gesti giulivi.

 

Giovani siete, per la madre vivi;

vi porta il vento a sua difesa. V'ama

anche per questo il poeta, dagli altri

diversamente - ugualmente commosso.

 

 

          Tre momenti


Di corsa usciti a mezzo il campo, date
prima il saluto alle tribune. Poi,
quello che nasce poi,
che all'altra parte rivolgete, a quella
che più nera si accalca, non è cosa
da dirsi, non è cosa ch'abbia un nome.

Il portiere su e giù cammina come
sentinella. Il pericolo
lontano è ancora.
Ma se in un nembo s'avvicina, oh allora
una giovane fiera si accovaccia
e all'erta spia.

Festa è nell'aria, festa in ogni via.
Se per poco, che importa?
Nessun'offesa varcava la porta,
s'incrociavano grida ch'eran razzi.
La vostra gloria, undici ragazzi,
come un fiume d'amore orna Trieste.

 

         


          Fanciulli allo stadio


Galletto
è alla voce il fanciullo; estrosi amori
con quella, e crucci, acutamente incide.


Ai confini del campo una bandiera
sventola solitaria su un muretto.
Su quello alzati, nei riposi, a gara
cari nomi lanciavano i fanciulli,
ad uno ad uno, come frecce. Vive
in me l'immagine lieta; a un ricordo
si sposa - a sera - dei miei giorni imberbi.


Odiosi di tanto eran superbi
passavano là sotto i calciatori.
Tutto vedevano, e non quegli acerbi.

 

 

          Tredicesima partita qui

 

Altri poemi di Umberto Saba:

http://www.liceopetrarcats.it/eventiappuntamenti/PDF/Saba_testi.pdf

http://www.club.it/autori/grandi/umberto.saba/poesie.html

 

 

QUANTE ROSE A NASCONDERE UN ABISSO
di Rita Turrini

L’infanzia difficile di Umberto Saba, le conseguenze nella vita e la sua rielaborazione poetica.

...da leggere, qui                           

Capitolo 5 - Dalla provincia: Trieste e Saba

 Stefano Verdino

Anche in Italia in quell’epoca sono rinvenibili poeti affini, lontani dal chiasso del Futurismo, lontani anche fisicamente, perché non vivono nelle capitali culturali (Milano - Firenze – Roma), ma in città periferiche, di debole tradizione letteraria. Due luoghi, in questo senso primeggiano, Trieste e Genova.

Trieste, negli anni Dieci, è città ancora austriaca e percorsa dall’Irredentismo, mentre dopo, divenuta italiana, sarà percorsa dalla nostalgia per il dissolto impero asburgico. Un curioso gioco del destino, comunque, fa sì che in questo porto adriatico allora vivessero personaggi non da poco, tra loro legati: il giovane irlandese James Joyce, massimo narratore del secolo e insegnante di inglese ad un attempato industriale di vernici marine, Italo Svevo, scrittore in gioventù (a fine Ottocento) e poi, ora, tornato a scrivere in età matura con La coscienza di Zeno, primo romanzo italiano in cui ha parte il nuovo sapere della psicanalisi, sorta a Vienna all’alba del XX secolo. ATrieste la esercita un giovane allievo ebreo (Edoardo Weiss) del celebre dott. Freud ed ha in cura Svevo, che vuole smettere di fumare, proprio come Zeno Cosini, il protagonista del romanzo che sta scrivendo.

Più discosto da loro c’è Umberto Saba (Trieste 1883 – Gorizia 1957), di discreta famiglia di commercianti (lui stesso per tutta la vita farà il libraio antiquario in via S.Nicolò). Ha una grande passione per la poesia (e per il melodramma) e pubblica volumi a sue spese; ama l’Ottocento e non si fa problemi di continuare la tradizione, fedele a rime e schemi metrici, al linguaggio letterario. Ma il suo mondo poetico è un mondo nuovo: è il quotidiano che viene “cantato” (è il caso di dirlo) per se stesso, per i comuni eventi e sentimenti del tutto riscattati dalla “noia” dei decadenti e posti nella fragranza naturale del loro esistere. La poesia tuttora più famosa di Saba venne scritta allora ed ha per tema la propria giovane moglie, celebrata nel paragone con una serie di animali domestici:

 

A mia moglie 

 

Tu sei come una giovane,

una bianca pollastra,

le si arruffano al vento

le piume, il collo china

per bere, e in terra raspa;

ma, nell’andare, ha il lento

tuo passo di regina,

ed incede sull’erba

pettoruta e superba.

È migliore del maschio.

É come sono tutte

le femmine di tutti

i sereni animali

che avvicinano a Dio.

Così se l’occhio, se il giudizio mio

non m’inganna, fra queste hai le tue uguali,

e in nessun’altra donna.

Quando la sera assonna

le gallinelle

mettono voci che ricordan quelle,

dolcissime, onde a volte dei tuoi mali

ti quereli, e non sai

che la tua voce ha la soave e triste

musica dei pollai.

 

Tu sei come una gravida

giovenca 1;

libera ancora e senza

gravezza 2, anzi festosa;

che, se la lisci, il collo

volge, ove tinge un rosa

tenero la sua carne.

Se l’incontri e muggire

l’odi, tanto è quel suono

lamentoso, che l’erba

strappi, per farle un dono.

É così che il mio dono

t’offro quando sei triste.

 

Tu sei come una lunga

cagna, che sempre tanta

dolcezza ha negli occhi,

e ferocia nel cuore.

Ai tuoi piedi una santa

sembra, che d’un fervore

indomabile arda,

e così ti riguarda

come il suo Dio e Signore.

Quando in casa o per via

segue, a chi solo tenti

avvicinarsi, i denti

candidissimi scopre.

Ed il suo amore soffre

di gelosia.

 

Tu sei come la pavida

coniglia. Entro l’angusta

gabbia ritta al vederti

s’alza,

e verso te gli orecchi

alti protende e fermi;

che la crusca e i radicchi

tu le porti, di cui

priva in sé si rannicchia,

cerca gli angoli bui.

Chi potrebbe quel cibo

ritoglierle? chi il pelo

che si strappa di dosso,

per aggiungerlo al nido

dove poi partorire?

Chi mai farti soffrire?

 

Tu sei come la rondine

che torna in primavera.

Ma in autunno riparte;

e tu non hai quest’arte.

Tu questo hai della rondine:

le movenze leggere;

questo che a me, che mi sentiva ed era

vecchio, annunciavi un’altra primavera.

 

Tu sei come la provvida

formica. Di lei, quando

escono alla campagna,

parla al bimbo la nonna

che l’accompagna.

E così nella pecchia 3

ti ritrovo, ed in tutte

le femmine di tutti

i sereni animali

che avvicinano a Dio;

e in nessun’altra donna 4.

 

Pare che, lì per lì, la signora Saba vi rimanesse male: di solito la donna era celebrata dai poeti con paragoni ad animali di lusso, esotici, belli e feroci, magari come tigri o leonesse, molto letterari e di carta, giacché nessuno scrittore in Italia aveva pratica di animali feroci; ma mai la donna era stata messa seriamente a confronto con gli animali da cortile e domestici. C’è anche dell’altro che poteva far scattare l’irritazione della Signora Saba. In A mia moglie la chiarezza del testo e la sua “serenità” tengono anche conto di zone di contrasto e di buio: attraverso gli animali risalta una gamma di sentimenti, anche tra loro opposti e contraddittori, che però esistono e vanno, per verità, espressi. C’è la dolcezza, ma anche la ferocia e la gelosia. La vita deve essere raccontata, per Saba, così come è, senza idealismi, e senza provocatorie degradazioni.

Ma la vita è anche sfuggente e misteriosa, ha tanti elementi inconsci, di cui Saba (anch’egli cultore della psicanalisi) tiene ben conto, senza particolari esibizioni. Saba scrisse poesie per quasi sessant’anni, fino alla morte, con fedeltà a queste sue prime e originali scelte, sempre appartato da movimenti e tendenze. La sua vita fu dura: ebreo, dovette nascondersi (a Firenze e a Roma) negli anni di persecuzione; in vecchiaia visse poi con dolore lo sconquasso della Venezia Giulia (passata in gran parte alla Yugoslavia). La sua poesia fu sempre di cordiale comunicazione nel metterci sotto gli occhi, un po’ come in Machado, il fascino e il bello cavati dalle situazioni più semplici e quotidiane, addirittura attimali come la poesia (Frutta erbaggi) che fotografa l’improvvisa grazia di un ragazzo entrato a comprare in un negozio di frutta e verdura, e la successiva perdita di luce e di vita di quel negozio, dopo la sua partenza:

 

 

Fruta erbaggi

 

Erbe, frutta, colori della bella

stagione. Poche ceste ove alla sete

si rivelano dolci polpe crude.

Entra un fanciullo colle gambe nude,

imperioso, fugge via.

S’oscura

l’umile botteguccia, invecchia come

una madre.

Di fuori egli nel sole

si allontana, con l’ombra sua, leggero.

 

In altri casi Saba dà voce alle comuni passioni, come il tifo calcistico; cinque sono le sue poesie per il gioco del calcio, ma tra queste ricordo Tredicesima partita, commentata dallo stesso autore:

La “Tredicesima partita” non fu giocata a Trieste, né vi entravano i rosso alabardati [divisa della Triestina]. Il poeta si trovava, assieme a sua figlia, a Padova. Si disputava in quel pomeriggio (non festivo) una partita eliminatoria fra il Padova ed un’altra squadra della quale non rammentiamo il nome. Perderla avrebbe significato, per il Padova, la retrocessione dalla prima alla seconda categoria del campionato. Si può immaginare lo stato d’animo dei pochi padovani presenti; pochi perché - come abbiamo detto - il rito si celebrava in un giorno feriale. Il Padova aveva contro di sé una squadra molto più  forte; per di più non era in forma. Uno dei giocatori si era, all’ultimo momento, ammalato, lo sostituiva un anziano grassone, che da molto tempo non giocava più , sembrava non potesse reggere alla fatica, e segnò il goal della vittoria. (Fu un delirio) 5.

E la poesia descrive in sintesi il movimento collettivo di queste emozioni, ma agilmente con un paragone finale le pone anche al di là della gara e del calcio:

 

TREDICESIMA PARTITA

 

Sui gradini un manipolo 6 sparuto

si riscaldava di se stesso.

E quando

- smisurata raggiera 7– il sole spense

dietro una casa il suo barbaglio, il campo

schiarì il presentimento della notte.

Correvano sue e giù le maglie rosse,

le maglie bianche, in una luce d’una

strana iridata trasparenza. Il vento

deviava il pallone, la Fortuna

si rimetteva agli occhi la benda.

Piaceva

essere così pochi intirizziti

uniti,

come ultimi uomini su un monte,

a guardare di là l’ultima gara.

 

(da: CINQUE POESIE PER IL GIOCO DEL CALCIO) 

 

Quest’ultimo paragone d’improvviso ci trasporta in un paesaggio non più reale: gli uomini sono pochi, quasi dei superstiti, nello stesso tempo c’è il piacere, pur nel freddo, di sentirsi uniti (la forte rima baciata “intirizziti: uniti”) a causa della spasimante attenzione nel vedere come va a finire la partita, anzi “l’ultima gara”, quasi in gara ci fossero la vita e la morte e non solo una partita al pallone.

 

 

1 Una mucca.

2 Senza il giogo.

3 L’ape.

4 Per i testi U. SABA, Tutte le poesie, a c. A. Stara, Milano, Mondadori, 1994,

pp.74-6, 457, 442.

5 U. SABA, Storia e cronistoria del Canzoniere, Milano, Mondadori, 1977,

pp 254-5.

6 Gruppetto di persone.

7 Si riferisce al sole.

                  

 

Da Stefano Verdino, Racconto della poesia il Novecento europeo

De Ferrari & Devega S.r.l. Editoria e comunicazione, 2003

Genova.

 

 

The TLS n.º 5366   February 3, 2006

 

Songs of a life

 

John Taylor

 

Umberto Saba

Poetry and Prose

Selected and translated by Vincent Moleta

629 pp. Bridgetwon, Western Australia. Aeolian Press. Aus $80

1 875306 03 X

  

Last August, in Trieste, as I stood towards the back of the Libreria Antiquaria Umberto Saba and imagine the Italian poet writing there in the 1920s and 30s, I was gladdened by the thought that, from our English-language perspective, Saba has fared fairly well. Thanks to Carcanet and Sheep Meadow Press (in New York), we have two different selections of Saba’s poetry as well as his only novel, Ernesto. We have many examples of his touching Stories and Recollections. Although not all of his poems, which he gathered under the title Canzoniere (or Songbook), are translated, we do have the poet’s book-length self-commentary in the third person, History and Chronicle of the Songbook, which caracteristically begins: “Saba made many mistakes. But ignoring Saba’s poetry would be like ignoring the evidence of a natural phenomenon”.

Now, from Australia, comes a voluminous and beautifully illustrated Poetry and Prose, which offers new (and often first) translations of numerous poems, stories and prose pieces as well as of revelatory Letters and other significant texts. This extensively annotated tome not only fills countless gaps in the English reader’s knowledge of the poet, but also offers a full panorama of the man’s life, from his birth in Habsburg Trieste in 1883, through the dangerous war years (during which he hid in Florence because be was a Jew), to his death in a nursing home in Gorizia (near Trieste), in 1957. The book enables us properly to chart the evolution of Saba’s writing and to measure what the translator, Vincent Moleta, terms its “constant freshness and independence”.

The common denominator of Saba’s poems and stories is a “serenely despairing” candour. He was a gentle, tormented, proud “egoist”, as the title of a 1919 poem declares. Certainly his introspection, combined with his affectionate scrutiny of Triestine life, fit his own definition of poets as “egocentric. For them the external world exists: but it circulates exclusively around their person”. One of his most important collections is aptly called Autobiography (1924). Drawing on the scholarly Italian editions of Saba’s work, Moleta has included missives and manuscripts that reveal much about the poet’s friendships (notably with Eugenio Montale, Italo Svevo and Carlo Levi), about his “curious antiquarian shop / . . . in a quiet street of Trieste”, about his beloved hometown (“when I grew up / I married it to Italy for ever with my song”), and, of course, about his complex relationships with his two favourite “characters”, his wife Lina and his daughter Linuccia.

Original in conception, Poetry and Prose seamlessly combines literary and extra-literary material. Hence, a 1937 letter describing the impoverished poet Sandro Penna is followed by a letter from 1940 to Saba’s friend Nello Stock (who bad emigrated to New York). On the next page, we find a passage, from History and Chronicle of the Songbook, in which the poet comments on his poems from those years. This passage then introduces eight poems from Last Things (1935—43). After this selection comes a letter (1943) to his pubhisher, Giulio Einaudi in which be enquires about the publication of Last Things; and this document leads to the transcript of a clandestine radio broadcast, in 1944, about Heinrich Heine and Ugo Foscolo. Turn the page and there is a painting, by Vittore Cargnel, of Trieste central railway station in the rain. This painting faces Saba’s depressed 1944 letter to his daughter, whom he has not seen for years because he is in hiding. After another section from History and Chronicle of the Songbook appear two poems from the sequence “1944”.

This arrangement conjures up Saba the man, but it is important not to lose sight of Saba the poet, in Moleta’s smooth, accurate, yet not always sufficiently lyrical versions. It is probably impossible to suggest, in English, Saba’s discreet haunting music, with all those metered up Italian lines that end in open a’s and o”s. This is melodic, deceptively naive verse that in Montale’s words, “attains the lied as if without realising it”.

Above all, Moleta’s anthology amply illustrates the essential differences between Saba’s subtle literary approach to autobiography (which aspires to universality by means of a meticulous crafting of thought, feeling and perception) and the straightforward, spontaneous “autobiography” related by his letters and prose texts. Saba did not call his collected poems “Autobiografia”, as be might have done, but rather associated them with Petrarch’ s Canzoniere and Haine’s Buch der Lieder. “I have in my heart the song of a life”, be proclaims in ‘The Visit”, and the italics are his. Because of his masterful versification and his daftness at selecting just those personal specifics that foster resonance in us all, Saba is a much more enchanting autobiographer in his poems, and in his best stories, than in his letters. As a poet, he often strikes a perfect balance between confession and understatement, stylistic clarity and lyrical effusion, melancholy and sensual immediacy.